Alice si muove con naturalezza tra i libri: li sfiora, li sistema, li guarda come si guarda qualcosa che si custodisce davvero. È una presenza discreta ma attenta, una di quelle persone che fanno della cultura un gesto quotidiano. Ci sediamo vicino alla sezione dedicata alla montagna, e da lì comincia la nostra conversazione.
La montagna, specie un luogo come Livigno vive di una relazione delicata tra natura, movimento e tradizioni. In questo equilibrio qual è la sfida più grande per mantenere viva la cultura?
«Sicuramente non chiudersi in sé stessa», dice Alice, incrociando le mani sul tavolo come per dare peso alle parole. «La vera sfida è continuare a essere vivace e stimolante, anche se lontana dalle grandi città.» Poi guarda fuori, verso le cime. «La montagna tende naturalmente all’introspezione, alla protezione. Ma la cultura deve fare il contrario: aprire, mettere in dialogo, creare movimento. È un equilibrio delicato, ma necessario.»
Se dovessi scegliere un libro che racchiude l’anima di Livigno, quale sarebbe e perché?
Alice sorride, come se la risposta fosse già lì da tempo. «Il DELT, il Dizionario Etimologico Etnografico dei dialetti di Livigno e Trepalle», dice, prendendo un volume massiccio dallo scaffale. «Curato dal mio collega Emanuele Mambretti e da Don Remo Bracchi.» Lo appoggia sul tavolo con un gesto quasi affettuoso. «Nelle sue migliaia di pagine si trova davvero tutto: toponimi, modi di dire, neologismi. È una Bibbia, se si vuoledavvero comprendere la comunità locale.» Poi aggiunge, con un tono più morbido: «È un libro che non si legge: si abita.»
Il passaggio generazionale è un tema che oggi viene affrontato in più ambiti: dal lavoro alla moda e alla sostenibilità. In che modo la cultura può diventare un ponte tra generazioni, custodire la memoria della valle e costruirne il futuro?
«Promuovendo attività di condivisione, dialogo e confronto fra diverse generazioni», risponde senza esitazione. Mentre parla, un gruppo di bambini passa alle nostre spalle con un libro illustrato in mano. Alice li segue con lo sguardo, e il suo sorriso dice più delle parole. «La memoria non è un archivio: è un passaggio di testimone. La cultura serve a questo, a creare spazi in cui le storie non si perdono ma si trasformano.»
Se pensi al futuro culturale di Livigno, quale progetto sogni di vedere realizzato?
Qui Alice si anima. «Mi piacerebbe tantissimo vedere realizzato un polo culturale», dice, e nelle sue parole c’è una visione precisa. «Un luogo in cui le proposte che già esistono possano essere coordinate e promosse in maniera efficiente e strategica.» Si alza, cammina verso una parete dove sono esposti alcuni progetti grafici. «Un luogo di incontro, aperto il più possibile, in dialogo con lo sport, l’arte, la creatività che contraddistinguono il territorio. Un posto dove far germogliare nuove idee, nuovi spunti, nuove collaborazioni.» Poi torna a sedersi. «La cultura, qui, ha bisogno di casa.»
Per chi entra per la prima volta in biblioteca, da dove dovrebbe iniziare per capire davvero Livigno?
Alice si illumina. «Sicuramente dalla sezione dedicata alla montagna», dice, sfiorando i dorsi dei volumi. «Ci sono libri bellissimi sulle Alpi, sulle imprese sportive, sulla natura che ci circonda.» Poi prende un albo illustrato e lo apre con delicatezza. «E gli albi illustrati, non solo per l’infanzia. La biblioteca ne è fornitissima e permettono davvero di spaziare tra creatività e riflessioni sul mondo contemporaneo.» Chiude il libro lentamente. «Sono un ponte perfetto tra immaginazione e realtà.»
Quando l’intervista finisce, la biblioteca torna al suo ritmo naturale: un silenzio che non pesa, ma accompagna. Alice si alza e percorre gli scaffali con la calma di chi conosce ogni libro per nome. Si ferma davanti alla sezione dedicata alla montagna, sfiora un volume sulle Alpi, poi un albo illustrato che qualcuno ha lasciato aperto sul tavolo. È un gesto semplice, ma dice tutto: cura, attenzione, responsabilità verso ciò che si custodisce.
Quando esco, Alice sta sistemando un libro sullo scaffale più alto, con un gesto leggero ma deciso. E in quel gesto c’è tutta la sua visione: la cultura come cura, come responsabilità, come scelta quotidiana.
Una scelta che, qui in quota, vale ancora di più.