Livigno Blog

Passo Cassana - Mattia Longa

 

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Necessità e magia - Davide Formolo


Ai bambini d’Italia piace giocare a calcio.
È lo sport nazionale.
È un pezzo di cultura.
È il primo strumento che abbiamo per imparare a socializzare con gli altri.
Due zaini a far da porta, un super tele dalle traiettorie imprevedibili (o al massimo un tango, che è più pesante e vola di meno), una manciata di amici e il gioco è fatto.
Vale quasi per tutti, ma è proprio nelle pieghe di quel “quasi” che ha origine la mia storia, la mia carriera e la mia vita.

Sono cresciuto a San Rocco di Marano, un piccolo avamposto contadino della Valpolicella, nascosto tra le colline del Veneto, lontano dal mare e lontano dalle montagne, pur senza esagerare, che nel nostro Paese nulla è lontano per davvero.
Cinquecento metri di altitudine, metro più, metro meno; un’ottantina scarsa di nuclei familiari in totale e poco più di 200 anime, per una comunità raccolta, intima, in cui i cognomi non servono davvero mai.
Ecco, allora, che per giocare a calcio, molto più spesso che non, mancavano proprio i numeri, mancavano le persone per fare due squadre. Bisognava, quindi, trovare un modo diverso di occupare il tempo libero, e per me e per i miei amici è stata fin da subito la bicicletta.

Un po’ necessità e un po’ magia.
Un po’ mezzo di trasporto e un po’ modo d’essere: le due ruote sono sempre state il mio posto preferito in assoluto, dove diventavo padrone della strada e padrone del mio tempo, libero com’ero di andare dove mi servisse di andare, da solo e per gli affari miei.
Per un bambino attivo spingere sui quei pedali, macinare chilometri e chilometri nelle viuzze di quel borgo antico che avevo la fortuna di chiamare casa, era la forma più efficace di svago: un antistress sempre a portata di mano, che calmava le mie ansie e che prosciugava le mie riserve di energia.
Mia mamma diceva che quando era l’ora di andare in bici mi dimenticavo di tutto il resto, e non mi importava più neppure di mangiare.

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Foto ricordo - Thomas Bormolini



Mi è sempre piaciuto raccontare storie e mi è sempre piaciuto avere tante fotografie a portata di mano, per riaccendere i ricordi che di quelle stesse storie sono protagonisti.
È curioso, a pensarci, quanta narrativa, quanto racconto ci sia in ogni singolo scatto, e come l’insieme di tutti i rullini della tua vita possa trasformarsi nel mosaico da tramandare agli altri. L’album che dice chi sei, soprattutto a te stesso.
Ogni foto un momento, ogni momento un puntino nel cielo, che se li unisci tutti poi appare la tua costellazione personale, quella che ti ha guidato fin qui e che ha dato forma all’uomo o alla donna che sei.

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Ancora oggi - Loris Leoni




Sono sempre stato il piccolo di casa, l’ultimo della cucciolata.
Terzogenito in netta minoranza, venuto al mondo sette e dieci anni dopo le mie due sorelle. E di questo essere in fondo alla fila ho fatto uno stile di vita.
Fin da bambino.
Randagio nel midollo, disperato quanto basta, curioso sempre: il mio gioco preferito era restare all’area aperta, sgusciando fuori casa appena finiva la scuola e tornando poi al tramonto, coperto di neve, di terra o di chissà cos’altro avevo incontrato sul mio cammino.
Erano gli anni ‘80, non c’erano ancora i cellulari, e quando un figlio usciva per andare alla conquista del paese, mamme e papà non potevano far altro che aspettare, sperando rientrasse tutto intero e senza aver fatto troppi danni in giro.
Mi piaceva fare i giochi con il legno, costruendo rifugi di fortuna nei campi e nei boschi. Mi piaceva portare in esplorazione gli amici forestieri, quelli che salivano d’estate e restavano qui per tutta la stagione. Mi piaceva andare a guardare i cantieri, per rompere le balle agli operai e farmi raccontare come si costruiscono le cose più diverse.

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A Livigno - di Sandro Mottini



I Mottini e i cugini Beppin.
Achille Compagnoni e i quattro fratelli.
Il papà di Thoeni, Don Parenti e i Longa.
L’ingegner Pellentz e i Sertorelli.
Per scrivere una storia bisogna sempre cominciare col definirne i personaggi, che quando vuoi raccontarne una lunga cento anni i candidati sono tanti, e qualcuno finisce per forza fuori dalla cornice.

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