Livigno Blog

Leggera | di Marta Bassino

Quando ho realizzato di aver vinto la Coppa di gigante è stato come se tutta la vita mi
fosse passata davanti agli occhi in un minuto.
Corsi e ricorsi storici, in un gioco di date e di luoghi che ritornano e che legano la mia
stagione più bella in assoluto a quelle dei miei inizi, quelle che mi hanno realmente
fatto capire che potevo appartenere a questo mondo di eccellenza assoluta.

Lungo tutto l’inverno, è stato come mentire a me stessa, o almeno come omettere
alcuni pezzetti della verità. Quando stai facendo qualcosa di grande è un attimo che
qualcuno ti dia un colpetto sulla spalla, ti svegli e te la porti via da sotto il naso, e
allora io ho voluto proteggere il mio viaggio, fingendo di non capirne del tutto il reale
valore.
Ho sciato libera, cercando di isolarmi da tutto ciò che non era strettamente “neve e
paletti”, convinta che nello sport le somme si tirano solo alla fine.
Sempre.
Un po’ per scaramanzia, e un po’ perché nello sci può succedere di tutto, fino
all’ultimo cancelletto.

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Vento dell'ovest | di Damiano Bormolini

Il primo volo fu un tranquillo Milano - Roma.
Tratta quotidiana.
Un volo domestico, pieno di uomini in carriera con le ventiquattrore e di famiglie in partenza per le classiche vacanze romane.
Fu il secondo volo, Roma - Sofia, ad essere decisamente più movimentato.

Ci imbarcarono su un aereo militare piuttosto sgangherato e traballante, scortati dai militari sovietici, che ci osservavano con un misto di ammirato stupore e di rigida disapprovazione.
Quelli erano gli anni Settanta, e il Mondo intero era così ingessato e diviso, che a raccontarlo oggi i più giovani farebbero fatica a crederlo possibile.
C’era la cortina di ferro, la Germania era divisa a metà, anche se non era esattamente metà, e l’Europa intera sembrava come la mappa di una partita a Risiko in costante fermento.

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Il tesoro dell'orto | di Michela Moioli

"Sono al cancelletto.
Stringo gli attacchi.
Prendo in mano le maniglie.
E sento proprio che dalle mani, tutto il mio corpo si prolunga, fino alla tavola, e lo sento come un pezzo unico.
Cioè: i miei piedi si prolungano lungo la tavola, sento fino a 50 centimetri più avanti.
Sento tutto.
La muovo sotto di me e sento fin dove arriva.
Mi sento bene.
Non sento freddo, non sento caldo, ho il respiro basso, il diaframma basso.
Sguardo lucido, mi sistemo un po’ la maschera e sento proprio che sono centrata.
Sono dove devo essere, nel mio posto.
E quando mi sento così, faccio il tempo.
Faccio la gara giusta."

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