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Necessità e magia - Davide Formolo

Scritto da The Owl Post x Livigno | 18 maggio 2022


Ai bambini d’Italia piace giocare a calcio.
È lo sport nazionale.
È un pezzo di cultura.
È il primo strumento che abbiamo per imparare a socializzare con gli altri.
Due zaini a far da porta, un super tele dalle traiettorie imprevedibili (o al massimo un tango, che è più pesante e vola di meno), una manciata di amici e il gioco è fatto.
Vale quasi per tutti, ma è proprio nelle pieghe di quel “quasi” che ha origine la mia storia, la mia carriera e la mia vita.

Sono cresciuto a San Rocco di Marano, un piccolo avamposto contadino della Valpolicella, nascosto tra le colline del Veneto, lontano dal mare e lontano dalle montagne, pur senza esagerare, che nel nostro Paese nulla è lontano per davvero.
Cinquecento metri di altitudine, metro più, metro meno; un’ottantina scarsa di nuclei familiari in totale e poco più di 200 anime, per una comunità raccolta, intima, in cui i cognomi non servono davvero mai.
Ecco, allora, che per giocare a calcio, molto più spesso che non, mancavano proprio i numeri, mancavano le persone per fare due squadre. Bisognava, quindi, trovare un modo diverso di occupare il tempo libero, e per me e per i miei amici è stata fin da subito la bicicletta.

Un po’ necessità e un po’ magia.
Un po’ mezzo di trasporto e un po’ modo d’essere: le due ruote sono sempre state il mio posto preferito in assoluto, dove diventavo padrone della strada e padrone del mio tempo, libero com’ero di andare dove mi servisse di andare, da solo e per gli affari miei.
Per un bambino attivo spingere sui quei pedali, macinare chilometri e chilometri nelle viuzze di quel borgo antico che avevo la fortuna di chiamare casa, era la forma più efficace di svago: un antistress sempre a portata di mano, che calmava le mie ansie e che prosciugava le mie riserve di energia.
Mia mamma diceva che quando era l’ora di andare in bici mi dimenticavo di tutto il resto, e non mi importava più neppure di mangiare.



La capacità di focalizzare tutte le mie risorse soltanto sulle cose che ritengo davvero utili è un tratto distintivo del mio carattere, che mi porto dietro fin dall’infanzia. Ricordo che a scuola, già alla materna, ero in grado di essere sia il migliore che il peggiore in una specifica materia, a seconda del fatto che nell’anno in corso la considerassi importante oppure no.
Oltre la passione o il divertimento: è quasi un calcolo, la maniera che ha il mio cervello per mettere in ordine le proprie esigenze e le proprie priorità.
E ancora oggi funziono così.
Dopo anni trascorsi a zoppicare con l’inglese, per esempio, non appena ho iniziato a percepirlo come un’esigenza lavorativa, sono riuscito a padroneggiarlo con disinvoltura in meno di un mese.

La bicicletta, per fortuna, non è mai uscita dalla ristretta lista di cose di cui non potevo assolutamente fare a meno. È sempre rimasta lì, in cima all’elenco.
Dico la bicicletta, e non il ciclismo, perché quello è un capitolo a parte, ed è una pagina del libro di cui sono venuto a conoscenza molto più tardi di quanto accada alla maggior parte di noi, che poi finiamo col farne un lavoro.
Nel paesino della Valpolicella, infatti, quando provavo a sintonizzare i canali della nostra televisione il risultato era sempre lo stesso: l’antenna ne riceveva soltanto tre.
Rai Uno.
Rai Due.
E Canale Cinque.
La mancanza di alternative, oltre ad essere un ulteriore invito ad inforcare le due ruote per uscire all’area aperta, ha come tenuto nascosto alcune facce del mondo, che ho poi dovuto scoprire di persona, mettendo il naso fuori di casa.
Il ciclismo, che veniva trasmesso sui Rai Tre, è stato tra queste.

Certo, ero perfettamente consapevole del fatto che in tanti pedalassero per diletto, ma il pensiero, e quindi il desiderio, che qualcuno, forse persino io, avrebbe potuto farne un lavoro non mi aveva mai sfiorato la mente.
Fino ai 18 anni o quasi, la sella è stata un semplice gioco. L’occasione di ritrovarmi con gli amici di sempre e consumare le nostre gomme per la strada, felici di fare fatica, e felici di farla insieme. Anzi, non soltanto non avrei mai immaginato quello che il futuro aveva in serbo per me, ma, ad essere del tutto onesto, facevo anche piuttosto schifo, quando si trattava di spingere forte e di provare ad andare veloce. Poi, i risultati, come spesso accade, hanno cambiato tutto.
Sulla soglia della maggiore età, quando di solito i talenti nuovi del ciclismo hanno già un percorso per la grandezza ben disegnato sotto ai propri piedi, io ho realizzato che forse, in quel pianeta di cui non sapevo neppure l’esistenza, c’era un posto anche per me.
Stagione dopo stagione attaccavo un tassello diverso, limando le uscite serali con gli amici, curando al meglio l’alimentazione, lasciando casa dei miei genitori per andare alla scoperta di quel che c’era oltre le mura del paese.
Ogni volta mi chiedevo se fossi disposto ad investire qualcosa di mio per alzare l’asticella, e la risposta non ha mai smesso di essere sì.

Aver scoperto che cosa sia il professionismo soltanto un paio di anni prima di finirci dentro con tutte le scarpe, ha in qualche modo normalizzato tutto ciò che lo riguarda. Non ho letteralmente fatto in tempo ad innamorarmi dell’idea di fare il ciclista prima di diventarne uno per davvero, e questo ha reso la mia storia diversa da quella degli altri. Più disillusa e pragmatica per alcune cose, più sognatrice in altre.
La Turchia, il Quebec, il Colorado: quelli che erano soltanto punti sul mappamondo sono diventati strade, salite e volti urlanti di persone assiepate lungo tutto il tracciato. San Rocco di Marano si è fatto ancora più piccolo di quanto non sia in realtà, con le sue colline morbide e li sguardi docili di chi mi ha visto crescere per quasi vent’anni.
All’inizio vivevo tutto un po’ alla giornata, come se il mio metabolismo dovesse fare i conti con delle piccole scosse di assestamento, prima di adattarsi completamente alla nuova normalità. Una conquista che alla fine ho ottenuto grazie anche alla fiducia degli altri, perché è stato vedere una squadra investire su di me, e credere nelle mie potenzialità, a farmi sentire finalmente l’uomo giusto al posto giusto.
Importante per loro quanto loro lo sono per me.



La vita del professionista continua ad avere delle zone d’ombra per me, perché in ogni aereo che prendi lasci uno spicchio del tuo tempo, che scompare per magia, sfumando senza lasciare traccia nei diversi fusi orari che attraversi mentre sei in volo.
Quasi 200 giorni all’anno passati lontano da casa, e i restanti vissuti nella bolla di una performance perfetta, quella che impone orari rigidi, diete ferree e una compostezza di spirito degna di monaco tibetano.
È una routine a cui non ti abitui mai, anche frequentando questi luoghi magnifici.
Un loop che pur non cambiando il contenuto dei tuoi giorni, non ti offre comunque il sentore di una comodità apparente. Un’esistenza che procede spedita e in equilibrio grazie soltanto all’ondeggiare della bici stessa, che di pedalata in pedalata resta in piedi grazie a quello che ci metti dentro tu.
Per questo cerco sempre di creare un calendario gare in cui rispecchiarmi.
Per questo cerco sempre di frequentare le stesse zone per i ritiri, tornando dove mi sono trovato bene, come a Livigno, e creando così una cornice tutta mia all’interno della località che ci ospita.
È un modo per sentirmi a casa, anche quando mi sto allenando in altura, ed è un’esigenza dello spirito, che si è fatta ancora più impellente da quando io e la mia compagna di vita siamo diventati genitori. Dall’istante in cui ho sentito il primo pianto di mio figlio ho capito che nulla sarebbe più stato come prima.
Sono diventato un atleta migliore, più bravo a gestire le pressioni e a decomprimere dopo le giornate no. E sono diventato un uomo più attento, che anche di fronte alla preparazione per un appuntamento importante sa mettere in prospettiva l’importanza della propria qualità di vita. Due qualità che camminano a braccetto, e che si uniscono in un abbraccio quando la famiglia segue i miei passi, accompagnandomi in questi lunghi ritiri.
È come se volessi ricreare lo stesso ambiente del mio piccolo paesino, quello con tre canali tv e senza bambini sufficienti per giocare a calcio, portandolo in valigia con me, quando mi viene concesso di farlo, senza rinunciare però a nulla di quello che una località d’avanguardia come Livigno mette al mio servizio per continuare a migliorare e inseguire i miei traguardi. È il futuro al servizio del mio passato.
Un equilibrio sottile, eppure di ferro, che ricorda molto il mio modo di stare in sella.